L’aiuto nei momenti di crisi Vi è mai capitato di avere un problema, un grosso problema esistenziale, e di non sapere con chi parlare, con chi confidarvi, con chi sfogarvi, nella speranza di trovare ascolto, empatia, comprensione? Sicuramente sì: nella vita di tutti ci sono i momenti di crisi, dovuti a difficoltà specifiche e a traumi legati alla ‘fragilità’ dell’esistenza (lutti, malattie, incidenti, fallimenti, separazioni, cambiamenti di lavoro o di casa), o a ‘naturali’ passaggi esistenziali (sono le crisi ‘evolutive’, inerenti processi di crescita, dalla pubertà, alla relazione di coppia, alla nascita di un figlio, alla menopausa), durante i quali ci sembra di non farcela e abbiamo soprattutto bisogno di aiuto amorevole, più che di consigli. Nella nostra società, ormai così parcellizzata e priva di figure di riferimento (le grandi famiglie non esistono più, i nonni vivono altrove, il medico di famiglia e il parroco sono pressoché scomparsi), trovare una ‘spalla’ cui appoggiarsi è sempre più raro, se non impossibile. Il counselor può essere la ‘spalla’ giusta.
Chi è il counselor
Nata negli anni Trenta in America, la figura professionale del counselor (chiamato anche ‘facilitatore’: ma è ormai entrato ampiamente nell'uso il termine anglosassone) è approdata in Europa dalla Gran Bretagna, dove si è affermata con ruoli e funzioni specifiche e si sta diffondendo anche in Italia: un 'consigliere-confidente' in grado di essere un buon ‘psicologo’ grazie alle proprie capacità e competenze, ma la cui funzione principale è di ‘ascolto empatico’, per fornire a chi gli si rivolge l’appoggio necessario ad affrontare la crisi e a risolverla, facendo emergere e valorizzando le risorse individuali.
La capacità di instaurare un rapporto empatico profondo con il cliente e di mantenere nei suoi confronti un atteggiamento non giudicante, non paternalistico e di accettazione positiva incondizionata è la qualità fondamentale che deve possedere un counselor nella relazione d’aiuto. Qualità che ha specificamente indicato Carl Rogers elaborando per primo, fin dagli anni Quaranta, quel tipo di approccio centrato sulla persona che costituisce la base della relazione di aiuto. Tale relazione mira appunto a favorire la presa di coscienza da parte del cliente di una - o più - possibili soluzioni al problema che gli crea disagio esistenziale e/o relazionale, impedendogli la libera espressione di sé e bloccando il contatto con sé e con gli altri.
Perché il counseling non è psicoterapia
E' specificamente nella relazione, dunque, che si evidenzia la competenza del counselor, in grado di favorire la soluzione di disagi esistenziali che non comportino una ristrutturazione profonda della personalità. Egli quindi non fa terapia né psicoterapia e non opera cure di nessun genere: distinzione molto importante, perché non è detto che chi si sente in crisi abbia voglia e tantomeno bisogno di andare da uno psicoterapeuta, la cui funzione è di intervenire in maniera anche ‘radicale’ in una situazione di più o meno profondo disagio esistenziale. Molte persone non si avvicinano alla psicoterapia proprio perché, al di là della durata e dei costi, hanno paura di affrontare una vera e propria ‘rivoluzione’ nella propria personalità.
Poiché il counselor favorisce lo sviluppo e l’utilizzo delle potenzialità già insite nel cliente, aiutandolo a superare quei problemi che gli impediscono di esprimersi pienamente e liberamente nel mondo, il counseling può avvenire in ogni tipo di contesto - privato, scolastico, universitario, aziendale, medico, ospedaliero e anche spirituale – a livello individuale, di coppia, familiare, o di gruppo.
Counseling a orientamento somato-relazionale
La psicologia somato-relazionale, erede delle teorie di Wilhelm Reich e di Alexander Lowen, ‘padre’ della bioenergetica, è finalizzata a una crescita di salute e consapevolezza personale e al miglioramento dei rapporti umani, interpersonali e intrapersonali. Afferma la profonda identità di processi corporei e processi mentali e lavora per riorganizzare la persona attorno alla sorgente interna di sensazioni, emozioni e pensieri. E lo fa sia in sede di psicoterapia che in sede di counseling.
Se l’arte dello psicoterapeuta è di ripristinare le potenzialità della persona intervenendo a livello profondo, quella del counselor è di far vedere che nella persona - nel sé reale, naturale, corporeo - c’è già la soluzione della crisi, stabilendo modalità di comportamento e interazione con il mondo più avanzati rispetto a quelli dello stato di crisi, tali da far accettare la fase della trasformazione.
Il presupposto, infatti, è non solo che viviamo in un’epoca in cui è venuto a mancare quel sostegno psicologico che in altre epoche la società stessa assicurava, ma che la realtà di ogni persona, oggi, è molto diversa da quella proposta socialmente come ottimale. Viviamo, per così dire, un periodo di ‘dittatura dell’immagine del sé’, fissata nell’essere belli, di successo, giovani: questo crea un divario tra l’esperienza che abbiamo di noi stessi, il nostro sé reale, e la visione ideale di noi stessi, cioè il preteso sé simbolico che ci viene continuamente proposto. E questo divario è fonte di disagio, frustrazione e sofferenza.
La comprensione dell’armatura caratteriale e la conoscenza delle dinamiche fondamentali del carattere e della personalità, fornite dalla bioenergetica, sono per il counselor un elemento chiave per accompagnare il cliente dalla fase di crisi a quella di trasformazione e di soluzione, creando le condizioni all’interno delle quali le persone possono superare l’ambivalenza di una certa situazione e convogliare la propria energia in un’unica direzione, uscendo così dalla crisi. L’importante è accettare i passaggi dell’esistenza - disancorandosi per esempio dall’immagine fittizia che ci vorrebbe sempre belli e giovani - e le ‘prove’, anche difficili, della vita come momenti di evoluzione necessaria.
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