Etica, giornalismo e counseling

Etica, giornalismo e counseling

Lettera a Repubblica

A proposito della video-inchiesta sui counselor italiani

pubblicata sul web il 27 giugno 2018

Milano, 29 giugno 2018
Caro direttore, cari colleghi,

vi scrivo in merito alla video-inchiesta realizzata da Luca Bertazzoni e pubblicata mercoledì 27 giugno sul sito Repubblica.it, nella quale si mettono alla berlina i counselor accusandoli di essere dei cialtroni pericolosi. Video-inchiesta nella quale si è data ampia voce all’ex presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, Grimoldi, e non ci si è nemmeno degnati di sentire AssoCounseling e/o altre associazioni della nostra categoria.

Come giornalista che per 25 anni ha fatto questo mestiere ritengo che quella pubblicata da Repubblica.it non sia degna di essere chiamata inchiesta. È un vergognoso attacco contro una categoria professionale… che calpesta anche l’etica del giornalismo. Sono indignata per questa mancanza di deontologia professionale.

Sarei davvero curiosa di sapere come è stata organizzata questa “inchiesta”, con quali criteri sono stati scelti i counselor presso i quali è stato architettato il “colloquio” (e la scuola di formazione con la sua presentazione) e come è stato pensato il montaggio. Senza contare i commenti di Mauro Grimoldi, psicologo consulente di parte, come si evince dal suo sito (sic!). Difficile non pensar male (anche se si fa peccato, come diceva quel tale) e non immaginare che il tutto sia stato “orchestrato ad arte”.

Ma tutti noi sappiamo – se siamo giornalisti davvero professionali, oltre che professionisti – che un’inchiesta prevede un ventaglio di interviste e verifiche e richiede di sentire le varie parti in causa; non soltanto una, per giunta notoriamente di parte. Fare di tutte le erbe un fascio è decisamente poco deontologico: non fa informazione e non rende un buon servizio ai consumatori finali. Sarebbe come se, a fronte del vostro operato, io utilizzassi la vostra inchiesta e la pubblicassi in giro per affermare che tutti i giornalisti italiani sono dei cialtroni irresponsabili.

Ma vi scrivo anche come counselor professionista, iscritta ad AssoCounseling a norma della legge 4/2013 da voi citata, oltre che come direttore e docente di una scuola di formazione in counseling: sono indignata perché mi sento additata come non-professionista al pubblico ludibrio, per il solo fatto di esercitare questa professione.

Professione che, se davvero voleste conoscerla meglio e con maggiore rispetto e senza pregiudizi, ha un suo profondo valore, etico e sociale, ed è svolta da fior di professionisti responsabili, consapevoli e competenti. Così come ce ne sono tra gli altri professionisti della relazione d’aiuto, tra i quali i coach, gli psicologi, gli psicoterapeuti, gli psicanalisti, ecc.

Così come – sarebbe stupido negarlo – ci sono tra i counselor dei professionisti non responsabili, non consapevoli e non competenti, tanto quanto tra i coach, gli psicologi, gli psicoterapeuti, gli psicanalisti, ecc. E sarebbe banale e meschino opporre alla vostra video-inchiesta un documento analogo, in cui a essere ripresi di nascosto fossero rappresentanti di questi ultimi…

Credo piuttosto che sarebbe utile – utile in primis anche alla buona reputazione del giornalismo italiano – svolgere un’inchiesta seria sul mondo della relazione d’aiuto, intervistando TUTTI i rappresentanti delle varie professioni. E facendo chiarezza su ambiti di intervento, obiettivi della relazione, tecniche e strumenti utilizzati, percorsi formativi personali e professionali (lo sapete, detto per inciso, che un laureato in psicologia a norma della legge 56/1989 può fare diagnosi e trattare con i suoi pazienti tutta una serie di temi… ma potrebbe non aver fatto una sola ora di lavoro su di sé, visto che all’università non è obbligatorio?).

Tutto questo mi fa dire che l’intero mondo della relazione d’aiuto (a cominciare, ovviamente, dai counselor) deve battersi per essere sempre più professionale, per formare e formarsi con sempre maggiore rigore, per tenere alta la qualità della professione a qualsiasi livello e unirsi per continuare a fare cultura e a rendere il miglior servizio possibile all’utente finale, nel rispetto reciproco.

Grazie per l’attenzione. E se riterrete, all’interno di un dibattito sul tema, di pubblicare questa mia, ve ne do facoltà, a condizione che non venga arbitrariamente tagliata.

Cordialmente,
Alessandra Callegari