Io sono l’altro

Io sono l’altro

Una canzone che parla a noi counselor

di Alessandra Callegari

Mettersi nei panni dell’altro: è uno dei capisaldi della professione per un counselor (e per qualsiasi professionista che lavora al servizio degli altri: dal medico all’infermiere, dall’assistente sociale al mediatore culturale, dall’avvocato al poliziotto, dall’insegnante all’educatore…). Fare un giro con i vestiti degli altri vuol dire uscire dalla propria zona di comfort, mettere da parte le proprie convinzioni, aprirsi ad altre possibilità, smettere di ancorarsi alla propria verità come unica e universale, affrontare l’insicurezza e il “non so”, perdere il controllo…

Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso facci un giro e poi mi dici”. Queste parole racchiudono il senso della canzone Io sono l’altro, scritta da Niccolò Fabi (1968), cantautore romano che della sensibilità verso i temi sociali ha già dato prova in passato. Per esempio quando, nel 2010, aveva messo la sua musica e la sua voce per l’Africa, e in particolare per i più vulnerabili, i bambini, realizzando spettacoli e canzoni per costruire 20 scuole in Sudan e un nuovo ospedale pediatrico in Angola.
Proprio quell’anno, a luglio, Fabi aveva attraversato il lutto più “orrido ingiusto e innaturale”, la perdita della figlia Olivia di 22 mesi per una meningite fulminante. E anche in quella occasione aveva trovato poi la forza di trasformare il dolore in una motivazione per organizzare, insieme alla compagna Shirin Amini, fotografa di origine iraniana, un concerto con fini benefici, “Parole di Lulù”.
Che cosa vuol dire essere l’altro? È essere diverso, essere quello che sta dall’altra parte, che è “più” (fortunato, ricco, bello, bravo, di successo…) o che è “meno” (fortunato, ricco, bello, bravo, di successo…). Essere l’altro vuol dire essere diverso in tutti i sensi: l’altro che viene commiserato, denigrato, umiliato, disprezzato, oppure l’altro che viene invidiato, criticato, accusato, insultato.

Come vediamo purtroppo tutti i giorni su internet, sui social, su facebook o twitter, l’altro, in quanto DIVERSO, è fonte di incomprensione, di paura, di odio, di rigetto, di espulsione. Lo vediamo con i migranti che arrivano dalla Libia (quelli che il mare lo vedono dalla riva opposta) o con personaggi come Greta Thunberg (quello che ti sembra più sereno solo perché che ha vent’anni di meno). Ma come ci ricorda giustamente Fabi, l’altro è anche quello che ci aiuta senza che lo conosciamo (il donatore che aspettavi per il tuo trapianto), che crediamo ci abbia rovinato la vita (quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato), che vorremmo non esistesse perché ci turba nella nostra inconsapevolezza (il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio), quello al quale dobbiamo gratitudine ma che ci fa vergognare (che fa il lavoro sporco al tuo posto).

L’altro è tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada e non sono come noi… o che sono così simili a noi da metterci in crisi costringendoci a riflettere. Sono tutti quelli che arrivano da noi counselor in studio, a portarci il proprio mondo, le proprie relazioni difficili, la paura, il dolore, la rabbia per le situazioni complicate in cui si trovano, le esperienze di vita che li mettono alla prova, la mancanza di amore, il bisogno di riconoscimento, in senso di inadeguatezza, la solitudine. E di volta in volta ci fanno da specchio… o ci obbligano a metterci in discussione.

Dice Fabi a proposito della sua canzone: “Esiste un’espressione, In Lak’ech, che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come ‘io sono un altro te’ o ‘tu sei un altro me’. Che si parta dalla mistica o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire a indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita.”

In Lak’ech, come il Namaste indiano o l’Aloha hawaiano, è un saluto che implica onorare l’altro, riconoscerlo nel suo essere diverso e simile nello stesso tempo, vederlo per davvero (ricordate il saluto “Io ti vedo” nel film Avatar di James Cameron?).

L’empatia, dunque, come dovere etico, prima ancora che come qualità e risorsa professionale. Conoscere e praticare punti di vista diversi è imprescindibile in quanto esseri umani, e per noi counselor vuol dire accompagnare gli altri, a loro volta, ad allargare la prospettiva, ampliare le possibilità, acquisire capacità nuove di decisione, scelta, cambiamento. Per noi che facciamo questo bellissimo mestiere, che abbiamo il privilegio di portare nel mondo, se lo vogliamo, una testimonianza di accoglienza, condivisione, solidarietà, comprensione, inclusione, integrazione, l’invito è a non smettere mai di farci un giro, con i vestiti dell’altro.

Ecco il testo della canzone:

Io sono l’altro,
sono quello che ti spaventa,
sono quello che ti dorme nella stanza accanto.
Io sono l’altro, puoi trovarmi nello specchio,
la tua immagine riflessa,
il contrario di te stesso.
Io sono l’altro,
sono l’ombra del tuo corpo,
sono l’ombra del tuo mondo,
quello che fa il lavoro sporco
al tuo posto.
Sono quello che ti anticipa al parcheggio
e ti ritarda la partenza,
il marito della donna di cui ti sei innamorato,
sono quello che hanno assunto
quando ti hanno licenziato,
quello che dorme sui cartoni alla stazione,
sono il nero sul barcone,
sono quello che ti sembra più sereno
perché è nato fortunato,
o solo perché che ha vent’anni di meno.
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti,
adesso facci un giro e poi mi dici…
Io sono il velo che copre il viso delle donne,
ogni scelta, opposizione, che non si comprende.
Io sono l’altro quello che il tuo stesso mare
lo vede dalla riva opposta.
Io sono tuo fratello, quello bello.
Sono il chirurgo che ti opera domani,
quello che guida mentre dormi,
quello che urla come un pazzo
e ti sta seduto accanto,
il donatore che aspettavi per il tuo trapianto.
Sono il padre del bambino handicappato
che sta in classe con tuo figlio,
il direttore della banca dove hai domandato un fido,
quello che è stato condannato, il Presidente del consiglio.
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti,
adesso vacci a fare un giro e poi mi dici…