Istituto di Psicologia Somatorelazionale IPSO

Istituto di Psicologia Somatorelazionale IPSO

Da Reich a Lowen e Rogers

Psicoterapia e counseling all’insegna della “biosofia”

logo-ipso-drappoL’Istituto di Psicologia Somatorelazionale (IPSO) raggruppa dal 1974 un gruppo di psicologi, psicoterapeuti e counselor il cui approccio somatorelazionale ha profonde radici nella vegetoterapia e nell’analisi del carattere di Wilhelm Reich, nell’analisi bioenergetica di Alexander Lowen e nell’approccio umanistico di Carl Rogers.

I suoi principali strumenti operativi sono la psicoterapia individuale e di gruppo, il counseling individuale e di gruppo e le classi di esercizi bioenergetici, che grazie all’IPSO hanno raggiunto per la prima volta una dimensione di completa autonomia come veicolo di ricerca interiore e di potenziamento delle qualità autopercettive, espressive e relazionali.

La struttura attuale dell’IPSO si avvale di due sedi, a Milano in via Kramer 6, diretta da Luciano Marchino (www.biosofia.it) e a Roma in via dei Sabelli 100, diretto da Maria Luisa Aversa (www.psicologiasomatica.it); una Scuola di formazione che offre corsi triennali di formazione professionale in counseling somatorelazionale e corsi biennali di formazione per insegnanti di esercizi bioenergetici; un seminario permanente di supervisione clinica diretto da Luciano Marchino; il Centro di Documentazione W. Reich, fondato nel 1983 e diretto da Monique Mizrahil, che ha prodotto negli anni circa 250 dispense, tradotte in gran parte dall’inglese; la Rivista Internazionale di Psicologia Somatica Anima e Corpo, fondata nel 1995 e oggi disponibile on-line.

“All’interno del paradigma della psicologia somatorelazionale” spiega Marchino “la biosofia rappresenta l’atteggiamento etico e metodologico del “minimo intervento necessario”. In presenza delle tecniche, talora inevitabilmente direttive, di molti approcci della psicologia somatorelazionale, la biosofia esprime la necessità di un preciso e profondo ascolto del paziente-allievo per coglierne e sostenerne le più sottili sfumature auto-assertive anche, e soprattutto, laddove queste sembrano contraddire la strategia terapeutica impostata dall’analista. Per fare questo, l’analista biosofo si mantiene aperto sia nei confronti delle dichiarazioni verbali del suo interlocutore che ai suoi messaggi non verbali, espressi dalla qualità della voce, del movimento, della postura, dell’espressione somato-emozionale e della peculiare qualità energetica dell’organismo.

“Come dice un vecchio maestro zen: Non cercare di seguire le orme dei savi che ti hanno preceduto, cerca ciò che essi cercavano. Ovvero: una volta in possesso degli strumenti per leggere il corpo e l’armatura dei pazienti, bisognerebbe sempre premettersi di lasciarsi sorprendere dalla loro unicità. L’elemento fondante dell’atteggiamento biosofico è quindi la capacità di porre meno filtri cognitivi e preconcetti possibili tra se stessi e l’altro, per tornare, a ogni istante di ogni seduta, a vedere l’altro, il paziente, come l’unico soggetto in grado di dichiarare tutta la verità su se stesso. Questo atteggiamento è oggi validato dalle più recenti acquisizioni delle neuroscienze e in particolare dai risultati degli studi sui neuroni a specchio.

“Il compito del terapeuta (dal greco therapon, il compagno d’armi dell’eroe, quello che gli porgeva gli strumenti per lottare) dovrebbe essere semplicemente quello di saper fornire, di volta in volta, gli strumenti adatti per affrontare la sfida che si presenta nell’attimo reale, nel qui e ora. L’idea è quella di tornare ad apprendere direttamente dai pazienti.”