Lavorare da soli e in gruppo

Lavorare da soli e in gruppo

In relazione con sé e con gli altri

Il counseling di gruppo completa il percorso di counseling individuale

 di Alessandra Di Minno

counseling

Lavorare da soli e in gruppo: ovvero passare, nell’incontro di counseling, dalla relazione con sé a quella con gli altri. Ecco il racconto di un percorso, di un passaggio, di una trasformazione.

La storia di Marco

Quando Marco entra in studio si siede e mi racconta che, come accade ormai da tempo, è un sollievo la calda accoglienza di quella poltrona: può lasciare andare tutto, il proprio peso corporeo, la tensione costante dei sensi, la concentrazione necessaria per districarsi nel difficile universo delle relazioni che gli costano energie smisurate e lo rendono spesso stanco e affaticato.
L
ì con me vive l’esperienza ormai familiare di lasciare andare: nessun senso di minaccia, ma addirittura la capacità sempre più raffinata di entrare in contatto con se stesso e percepire il fluire dei pensieri e delle emozioni. Può condividere con me senza timore di giudizio, senza ansia di prestazione e sapendo che non lo abbandonerò né lo escluderò.
Sono l
ì per lui e lo sente bene.

Nella relazione a tu per tu creiamo uno spazio di ascolto e accoglienza personalizzato, dedicato interamente alla persona che viene da noi per essere accompagnata a fare un percorso di crescita o che chiede aiuto perché sta attraversando con difficoltà eventi, fasi della vita, passaggi.

Nella posizione di counselor il mio sguardo va finemente a osservare, i miei sensi tutti vanno a poggiarsi sulla persona che ha scelto di farsi accompagnare. Cerco il suo ritmo, il suo linguaggio, cerco i suoi temi e provo ad accordarmi perché si crei un movimento comune che da lei/lui parta per portarla/o da qualche parte che sia oltre il punto di partenza.
Al centro prende posto la relazione: corpo, emozioni, pensieri ed energie che si incontrano, prendono un ritmo originale e generano uno spazio relazionale comune.
Ma è una relazione che parte da un accordo, quello suonato dal cliente che viene a interpellarci. In modo privilegiato il cliente riceve un’attenzione speciale, ci mettiamo al suo servizio per favorire un processo, il suo processo, da cui entrambi potremo imparare, prendere e dare, ma che resta il SUO processo.

Avremo uno spazio che il cliente potrà abitare come si sentirà, stabiliremo noi confini dentro cui però sarà lui o lei a fare i propri passi, veloci, lenti, condivisi, solitari.
Avremo uno sguardo sempre attento sulle emozioni che lo attraverseranno, un orecchio in ascolto delle sue parole. Seguiremo il fluire o l’incespicarsi della sua energia e tenteremo di canalizzarla, andando a prenderla dov’è perché possa condurre al meglio il movimento interiore e corporeo.
Potremo dire “Sono qui per te” sapendo che di questo si tratta in un percorso di counseling: ci accordiamo al passo di chi sceglie di lavorare su di sé per muovere verso direzioni nuove ed evolutive.

Questo spazio relazionale, dedicato a Marco, gli è servito a trovare un luogo sicuro dove esprimersi autenticamente e sentirsi accolto al di fuori di un territorio soggetto al proprio giudizio. Ha potuto rinsaldare la fiducia in sé e nelle relazioni buone e trovare il coraggio di esplorare parti di sé resistenti o precedentemente bloccate.

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La storia di Francesca

Francesca è nel pieno di un conflitto di coppia quando arriva in studio e chiede aiuto. Non c’è più equilibrio nella relazione che da anni portava avanti col proprio compagno: scoppiano liti, lei minaccia di abbandonare, lui tenta recuperi improbabili.
Man mano che il lavoro procede emergono aspetti pi
ù complessi del modo di Francesca di stare in relazione con gli altri: non riesce a mantenere rapporti soddisfacenti di amicizia e di lavoro ed emerge frequentemente la sua intolleranza nei confronti degli altri. In occasione di incomprensioni che di frequente incontra e che la portano a sentire grande distanza tra sé e gli altri tende a chiudere, ritrovandosi sola a covare risentimento e amarezza.
Nella relazione di counseling c’
è l’occasione di osservare di volta in volta i movimenti relazionali che si generano tra lei e me e di averne cura affinché mantengano la direzione e non portino azioni distruttive.

Per Francesca lo spazio relazionale a lei dedicato è occasione di analisi accurata dei meccanismi che si attivano nell’incontro con l’altro da sé. Può farlo in un ambiente che la accoglie e la invita costantemente a comunicare con onestà quanto sente e pensa. È sostenuta in questo processo dalla guida amorevole verso modalità più funzionali e fa esperienza di una relazione in cui la disparità di ruolo è percepita come limite ma anche come fattore protettivo.
L’essere due in relazione mantiene il processo in una biunivocità relativamente semplice da gestire e prevedere e l’asimmetria avvicina l’esperienza a una relazione materno/paterna dentro la quale è possibile attingere a una comprensione benevola e accogliente. Una relazione al servizio di questa crescita, desiderata a partire dalla richiesta di aiuto e attorno alla quale si stringe l’alleanza di entrambi.

Spesso la dimensione relazionale è sofferente in chi chiede aiuto a un counselor e il percorso di counseling si fa occasione per potersi percepire visti, accolti e sostenuti nella propria soggettività sperimentando a propria volta nuove strategie più funzionali di vedere, sentire e valorizzare l’altro, riducendo il ricorso ai consueti meccanismi difensivi nevrotici.

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Lavorare da soli e in gruppo

Tuttavia arriva il momento in cui per Marco e Francesca è importante fare un passaggio: dalla relazione intima e consolidata che li ha accompagnati nel processo di counseling a una dimensione allargata di gruppo, palestra relazionale di più ampio respiro e dai movimenti poliedrici che in esso inevitabilmente si generano e sviluppano.
Da tempo sappiamo che il gruppo non è semplice somma delle sue parti; è, piuttosto, un organismo vivente, un’unità originale che si crea grazie alla presenza di quelle persone che ne fanno parte e di quanto portano. Ha un suo spazio e tempo, entro cui sviluppa se stesso seguendo un andamento proprio e chi ne fa parte “funziona” in quanto parte-del-gruppo, entra cioè in una modalità di funzionamento relazionale che si declina per differenza rispetto alla modalità relazionale a due.
Riproduce in microcosmo la condizione di appartenenza sociale più ampia che tutti noi viviamo in quanto, nel nostro processo evolutivo occidentale, passiamo da una condizione di relazioni intime e nucleari (quelle intrafamiliari) a una graduale vita sociale allargata, complessa e con varianti significative sul piano del potere, dei ruoli, delle aspettative.
Ecco dunque che il passaggio nel counseling a una forma di lavoro in campo allargato permette di lavorare su una dimensione relazionale sempre più complessa e necessaria per trovare, fuori dal setting protetto, modalità più funzionali e maggiore benessere.

Entrando in gruppo si sperimenta innanzitutto un cambiamento di posizione: dalla relazione a due si passa a relazioni multiple, a viversi come uno tra altri, senza tuttavia perdere la propria singolarità. Le direzioni relazionali si moltiplicano e la propria posizione si muove di continuo entro traiettorie nuove, complesse, intrecciate.
La posizione asimmetrica viene sostituita prevalentemente da una posizione simmetrica e paritaria, dentro la quale si sperimentano forme di potere o non-potere date dal proprio modo di stare a contatto con i movimenti altrui. Il gioco delle posizioni è maggiore, si fa necessità perché ciascuno porta modi originali e chiede a sua volta adattamenti creativi per poter essere contattato.
Il territorio gruppale viene conquistato gradualmente e mai definitivamente da chiunque ne entri a far parte: ciascuno individua e abita un proprio spazio e vi si rapporta nel modo che gli è consueto. L’istinto primario di conquista del territorio anima di continuo la vita dei gruppi. Chi si prende molto spazio, chi si ritaglia un angolino nascosto, chi anela al posto altrui, chi è intento a conservare la propria postazione: tutti siamo mossi dal tema primario della territorialità e ce lo giochiamo, più o meno consapevolmente, a seconda della struttura caratteriale.

Anche la relazione con il counselor si modifica e compie movimenti diversi. La relazione privilegiata del setting a due viene lasciata andare – temporaneamente o definitivamente, a seconda delle decisioni prese da counselor e cliente – adattandosi alla numerosità dei contatti che attraversano costantemente il gruppo (i gruppi non comprendono più di dieci-dodici persone). La funzione di leader assunta dal counselor non si differenzia drasticamente dalle dimensioni materno/paterne che emergono nella relazione individuale col cliente. Tuttavia si tratta di una maternità/paternità che si rivolge alla fratellanza e sorellanza e non più alla posizione di cliente “unico” vissuta in altro contesto.

Come nello sviluppo relazionale, il passaggio dalla posizione di figlio a fratello/sorella o, quanto meno, alla dimensione sociale allargata che la società propone di continuo, si fa necessario. E apre possibilità e apprendimenti che prima non potevano avvenire, in quella fase dove ciò che più conta e serve è la formazione di una base sicura da cui, un giorno, prendere il volo.

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Uno spazio relazionale diverso e più complesso

Marco approda al gruppo con paura e reticenza. Si prende un piccolo spazio a lato e osserva guardingo, riproducendo quel che accade nella sua vita quotidiana e incontrando la frustrazione dell’essere “tornato indietro” rispetto ai progressi di cui andava fiero nel suo percorso di counseling. Sta tuttavia attraversando una fase preziosa in cui può manifestare la sua modalità relazionale dentro un contesto protetto e di attenta osservazione, che lo accompagnerà nel tempo a trovare un proprio modo più funzionale e a prendersi uno spazio più agevole, sentendo di appartenere al gruppo ed esprimendo parti di sé autentiche e spontanee.
Il gruppo gli d
à modo di andare oltre la propria “zona di confort” offrendogli presenza e incoraggiamento; allo stesso tempo è teatro che mette in scena emozioni, convinzioni, spinte aggressive, seduttive, manipolatorie, aperture e chiusure, profondità e fughe. Prendendosi la propria parte sul palcoscenico, metafora di quello più ampio della vita, Marco impara a districarsi tra questi movimenti, sapendo riconoscere quanto può essere evolutivo o involutivo, e impara a seguirne il flusso, vivendo appieno l’esperienza relazionale.

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Francesca arriva in gruppo armata di forti resistenze e pregiudizi. Lascia con reticenza la tregua del setting di counseling individuale e si ritrova a sentirsi in guerra col mondo.
Ma dentro il piccolo cosmo del gruppo di counseling accade qualcosa di diverso: i movimenti relazionali trovano parole per essere detti e accompagnano azioni e reazioni, dando senso e acquietando. Ciascuno pu
ò osservarsi e vedersi riflesso negli occhi degli altri e questo impegno comune di rispecchiamento onora l’alleanza stretta all’inizio di rispetto e comprensione reciproci. Il counselor accompagna i movimenti interni al gruppo, aiuta a darne un senso e a canalizzarli dove tutti possano trovare il proprio posto e appendere qualcosa.
Col tempo Francesca abbassa le armi e impara a godere della ricchezza che questi incontri riservano. Ammorbidisce i suoi modi e si lascia andare alla fertilit
à inaspettata degli scambi con gli altri. Impara a regolarsi nel contatto, rispettando il proprio e altrui confine, pur lasciando che tali confini siano sufficientemente flessibili da incontrarsi e nutrirsi reciprocamente.

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Ecco che dentro questa complessità e questo crocevia di traiettorie emergono le nostre consuete modalità di stare-con, quelle nevrotiche e quelle più evolute. Emerge il nostro modo bambino e adulto, più o meno nevrotico, di stare al mondo. Emerge in modo visibile, poiché osservato, rispecchiato e narrato da sé e dagli altri. E dal counselor che, con tutti e sopra tutti, si prende la funzione specifica di dare nome ai movimenti di ciascuno e del gruppo in quanto organismo e di accompagnare alla scoperta di nuove possibilità.

Il gruppo, per le sue dimensioni e per le molte energie che lo attraversano, ha una forza che sostiene e ha una forma che contiene sé e chi ne fa parte. Se sapientemente accompagnato, ha potenzialità di contenimento forti e sicure, consentendo a ciascuno di lasciare andare senza temere troppo. Infonde speranza e testimonia trasformazioni inaspettate. E quando è terminato il suo tempo può continuare a essere, integrato dentro chi ne abbia fatto parte, esperienza incarnata da portare nel mondo.