| Flavio Panizza: Bioenergetica e vitalità |
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Partire dalle proprie esperienze
Milano, 12 ottobre 2004 Una delle caratteristiche del parlare di bioenergetica è legata al fatto di parlare delle proprie esperienze. Qualcuno ha detto: “Pensavo di conoscere, poi facendo l’esperienza ho visto che emerge tutto un altro mondo” ed è l’aspetto più affascinante del lavoro, non solo in bioenergetica ma in qualunque terapia o di lavoro su di sé, dove lo scopo non è quello di risolvere dei sintomi che indicano un disagio, ma di approfondire il contatto con se stessi per arrivare a una trasformazione. Perché il cammino che si intraprende in bioenergetica non è solo una questione teorica: il fatto fondamentale è che si arriva al nodo di certe questioni di base e si trova il modo, il coraggio e il clima adatto per affrontare i nostri ‘mostri’, quei fantasmi che a causa della nostra esperienza di vita giacciono nel nostro mondo interiore e provocano i nostri comportamenti di tipo nevrotico. E uso la parola nevrotico in senso generale, senza riferimento a nevrosi particolari. È un comportamento che avvertiamo come ‘disturbato’ e la cui cartina di tornasole è una insoddisfazione di fondo, che apparentemente non ha giustificazioni. Si sta male, si sta bene, si sta di nuovo male, si sta di nuovo bene, ma quel bene non è mai sicuro né garantito. C’è sempre dietro l’angolo qualcosa che non funziona, e occorre vedere cos’è. Chi pratica bioenergetica ne ha più esperienza, ma per quelli che sono nuovi suggerisco di fare un semplice esercizio, anche subito, da seduti. Mettiamo i piedi a terra, appoggiamo la schiena alla sedia, ben dritti, chiudiamo gli occhi e ascoltiamo il nostro corpo. In questi pochi secondi proviamo a chiederci quale parte del nostro corpo ha attirato la nostra attenzione. In quali parti ci identifichiamo con il nostro io? A quali parti del corpo ci riferiamo? Come stiamo respirando? Ci accorgiamo di avere dei piedi? E che sotto i piedi c’è il pavimento e questo appoggia sulla terra? E la terra appoggia gravitazionalmente in un sistema? Ecco dunque una piccola esperienza breve per sentire il corpo. Perché uno dei nostri problemi fondamentali è che abbiamo un’idea del nostro corpo, magari abbiamo letto anche dei trattati sul corpo - se siamo medici o insegnanti di ginnastica ne abbiamo forse letti parecchi, se siamo estetisti anche -, ma il punto di vista sul corpo in questi testi di teoria non è quello di sentire il corpo bensì di pensare il corpo. Sentire il corpo implica sentire l’appoggio dei piedi a terra: prima di tutto la parte bassa del corpo, dai piedi alle gambe, la pelvi e il bacino. La nostra parte animale, più naturale, dove ci sono le funzioni che condividiamo con gli animali: la locomozione, la defecazione e la sessualità. Avere i piedi per terra (in bioenergetica si parla di grounding o radicamento) è il fondamento. Avete presente la frase ‘ragionare con i piedi’, usata di solito in senso spregiativo? In realtà in bioenergetica l’applichiamo in pieno, dobbiamo pensare con i piedi. Perché se non sentiamo i piedi e le gambe dobbiamo per forza appoggiarci su qualcos’altro e in genere è la parte alta, la testa. Da come la gente cammina possiamo davvero conoscerla, e mentre camminiamo possiamo avere una percezione del nostro centro. Dove sta il nostro centro? Ho una paziente che deve dedicare almeno tre quarti del tempo in ogni seduta a camminare, a stare nei piedi, perché di suo cammina per aria, sulle punte: quando per la prima volta ha percepito i suoi talloni è rimasta impaurita, non si riconosceva. Per forza: aveva imparato che non doveva disturbare, non doveva nemmeno farsi sentire. Pensate ai bambini e immaginate di togliere loro quella grande esperienza che è produrre movimento e rumore: avrete dei bambini inibiti, praticamente morti. Ecco perché il lavoro sui piedi e sul grounding è così fondamentale. In una classe di esercizi si comincia sempre con il lavoro sui piedi e sulle gambe, perché da lì poi partono altre possibilità. Dire piedi e gambe significa dire piante dei piedi e vedere se l’arco plantare è nella posizione corretta, se non è troppo rigido, se è arcuato per cui l’appoggio del piede avviene sull’esterno, oppure se è collassato e l’appoggio avviene verso l’interno. Tenere i piedi in un modo o nell’altro significa strutturare nella muscolatura delle gambe delle situazioni di stress che poi permangono e diventano la base sulla quale strutturiamo la nostra esperienza anche ad altri livelli. Caviglie, polpacci, ginocchia, coscie, anche: intendiamo tutta questa struttura, che sembra così semplice dal punto di vista anatomico ma in realtà è molto complessa e ha un’influenza enorme nella costruzione che facciamo del nostro io. Un io piantato sui piedi è un io più sicuro, un io piantato solo nella testa è un io insicuro, e basta poco per destabilizzarlo. Nelle arti orientali in genere la postura richiesta è quella eretta, con i piedi un po’ lontani e le ginocchia morbide, non bloccate, perché altrimenti impediscono all’energia di fluire. Il nostro corpo è un sistema energetico, è un arco: l’energia parte dal suolo, attraversa il corpo salendo da dietro e si scarica o in alto verso il cielo o in basso, ma sempre in avanti, per cui se abbiamo delle radici solide possiamo usare un’energia molto più fluida e molto più morbida. Un cenno merita la pelvi, la pancia, dove abbiamo il pavimento pelvico, gli organi sessuali, i visceri e altri organi interni, una massa chiamata natiche e un utero, dal quale nasciamo e prendiamo l’impulso alla vita. Nasciamo da un grembo e torniamo a un altro grembo, la terra. Nella nostra vita siamo sempre alla ricerca di un grembo, di un posto dove possiamo stare bene. C’è un passo che sento di leggervi, di Alexander Lowen, tratto dal libro La depressione e il corpo, dove parla del grounding e della pancia (a pagina 33 dell’edizione italiana, ndr): “Secondo i giapponesi, se un uomo ha hara” - che è il centro del corpo, il suo baricentro, posto cinque centimetri sotto l’ombelico - “significa che è centrato. Significa anche che è bilanciato sia fisicamente che psicologicamente. Una persona equilibrata è calma, a suo agio, e finché rimane a quel modo i suoi movimenti sono senza sforzo e al tempo stesso magistrali. Lo hara è il segreto del tiro con l’arco zen perché chi possiede lo hara è sintonizzato attraverso il proprio centro vitale con tutte le forze del mondo esterno”. Anch’io, quando ho letto quel libricino, Lo zen e il tiro con l’arco, ne sono stato affascinato: l’obiettivo viene colpito a occhi bendati. Perché l’obiettivo non è esterno ma interno. E ho un fremito ogni volta che leggo questo. “Così i suoi movimenti non sono voluti”, continua Lowen, “ma fluiscono naturalmente come risposta di tutto il suo essere a una determinata situazione. Ci si potrebbe chiedere: perché mai il ventre è tanto importante? La risposta è che si tratta della sede della vita. Ci si siede letteralmente nel proprio ventre e così attraverso di esso si entra in contatto con il pavimento pelvico, con gli organi sessuali e con le gambe. Se ci si tira in su nel torace o nella testa, si perde questo contatto essenziale. La direzione verso l’alto è verso la coscienza e l’ego. In una cultura che esagera tali valori, la posizione del corpo è con il ventre in dentro e con il petto in fuori”. Per la nostra visione estetica standard una persona ha un corpo bello se non si vede il ventre e quindi bisogna tirarlo dentro, ma questo significa mantenere una tensione cronica che a livello della vita fa proprio scoppiare il ventre, come quando stringo la cintura e la parte superiore sborda. Questa cintura pelvica che circonda il bacino in certe strutture impedisce il flusso dell’energia, ma soprattutto determina la formazione della pancetta in avanti, che non è legata a ciò che si mangia. Quindi ventre in dentro e petto in fuori è proprio il contrario di quello che noi cerchiamo di raggiungere. E Lowen conclude così, e secondo me è molto bello: “Nella mitologia antica, il diaframma veniva paragonato alla superficie della terra. Tutto ciò che stava al di sopra della superficie era luce e pertanto consapevole. Sotto era l’oscurità che rappresentava l’inconscio. Tenendosi al di sopra del diaframma si separa la coscienza dalle profonde radici che essa ha nell’inconscio. L’importanza del ventre e dello hara è che solo se si sta nel proprio ventre, per quel che riguarda il sentire, si evitano le divisioni tra il conscio e l’inconscio, l’ego e il corpo, la personalità e il mondo. Hara rappresenta uno stato di integrazione o di unità della personalità a tutti i livelli della vita”. L’esperienza personale che vi rimando riguarda la persona a me più cara, che era mia madre. Ho avuto con lei un conflitto, come tutti quanti noi, e siamo arrivati ai ferri corti. Ma a un certo punto mi sono accorto, grazie alla terapia, che questa persona che era mia madre non era così come pensavo. Quando io ho sentito la mia pancia in seguito a un’esperienza incredibile, in una seduta, ho sognato poi per qualche notte di mia madre, in un modo meraviglioso (non vi dico come perché non vorrei farvi invidia). Sono tornato a trovare mia madre, dato che abitavo a Milano già da un po’ e lei abitava fuori, e ci vedevamo una volta al mese circa, e come sono entrato in casa ho sentito di nuovo questa sensazione alla pancia di scioglimento incredibile. E lei mi dice: “sento qualcosa nella mia pancia”. Una cosa strana: mia madre non soffriva mai di nulla, era molto sana, eppure sentiva qualcosa nella pancia. Io ho avuto una commozione profonda e per la prima volta ho abbracciato mia madre, che si è lasciata abbracciare mentre di solito era sfuggevole, e in quel momento ho capito cosa voleva dire riconciliarsi con la nostra mamma. A quel punto avevo colto cosa era mio e cosa era suo e le famose proiezioni che ci riportano in vissuti molto problematici erano sparite. Perché avevo sentito la mia pancia. E un’altra esperienza di cui parlava Luciano Marchino è che l’aver fede - parola abusata in contesti religiosi - non è credere in un dio, perché se la fede consiste in questo sono più i problemi che creiamo che quelli che risolviamo, dato che dovremmo poi pensare a come spiegare questo dio. Ora, spiegare dio è impossibile: la metafisica scolastica, quella ufficiale della chiesa cattolica, a un certo punto ha rinunciato, dicendo che dio è un mistero. Però c’è sempre l’altro rispetto a noi, anzi è l’assolutamente altro. Allora come faccio a raggiungere l’assolutamente altro? Un qualche modo ci deve essere. La fede, nel senso di fiducia, non è un atto della mente o del cuore, è un atto della pancia. Se avete provato qualche volta a sentire, di fronte a una persona, estranea o no non importa, come risuona la vostra pancia, potete veramente dedurre se vi fidate o meno di quella persona. Sentire con la pancia, con lo hara. Concludo con il brano di Lowen: “Una persona dotata di hara è naturalmente una persona diretta dall’interno con tutte le qualità appropriate. In realtà lo hara rappresenta uno stato ancora superiore, uno stato di trascendenza nel quale un individuo, grazie alla piena comprensione e realizzazione della propria esistenza, si sente parte della grande Unità o Universale”. Come diceva Plotino. Una persona del genere ha fede non come credo, funzione della coscienza mentale, ma come convinzione profonda che sente nelle viscere. Solo una fede del genere ha un vero potere di sostegno. Questo aspetto ci fa comprendere che una vera fede non può essere predicata, ma ottenuta solo attraverso esperienze che arrivano in profondità ed evocano sensazioni viscerali. A quel punto chi ci sta accanto lo sente. Non serve comprendere, si sente. |









